Ci sono i numeri, quelli di Tito Boeri, ex presidente dell’Inps, mostrati alla presentazione del Festival dell’Economia. Linee di grafici che si intersecano e evidenziano, dagli anni '80 ad oggi, l’andamento della salute mentale.
Se un tempo erano i 50enni a rappresentare l’apice di chi accusa frequentemente depressione, ansia, disperazione, disagio, in pochissimi anni, quelli che stiamo vivendo, l’apogeo della sofferenza psicologica si è spostato. E si trova ora tra i giovanissimi. C’entra il Covid, c’entra l’iperconnettività da smartphone, c’entrano fattori sociali ed economici.
Vivere dove la speranza di vita è minore
Un’inversione di tendenza che tocca ogni paese del globo. Essere giovani è sempre più complicato, in qualunque contesto, ma c’è dove è più difficile esserlo che altrove. Anche nel microcosmo Torino, percorrendo la linea 3, quella che collega la collina degli upper class con le aree più critiche della città, le opportunità cambiano per ogni adolescente: una linea tranviaria dove, a ogni chilometro, si perdono cinque mesi di speranza di vita, mentre proporzionalmente aumentano le fragilità, come riportato dallo studio, “40 anni di salute a Torino”. Luoghi dove le possibilità di ottenere un diploma, per esempio, sono dieci volte inferiori, rispetto ad altre aree cittadine.
La voce di chi opera nel quartiere
E c’è chi con i ragazzi che crescono in questi contesti difficili lavora ogni giorno, provando a dare delle risposte alle emergenze giovanili. È il caso dell’associazione Educadora Ets che opera al Cecchi Point di via Cecchi, su differenti fasce di popolazione in Aurora. Ma è proprio quella tra i 16 e i 25 anni la più difficile da intercettare e che spesso trova, come unica risposta al proprio disagio, la via della criminalità.
“Il problema c’è e sta crescendo - conferma il presidente Paolo Angeletti che da quindici anni segue i giovani di Aurora e dei quartieri limitrofi di Barriera di Milano e Borgo Vittoria - ma non chiamatele ‘baby gang’. Così nascondiamo la polvere sotto il tappeto e il problema diventa di ordine pubblico, delegando la risoluzione a un intervento securitario. Un sistema che sta mostrando tutte le sue lacune”.
Sempre più minori con fedina sporca
Negli ultimi anni sono cresciuti i minori che hanno avuto a che fare con percorsi penali. C’è chi ha l’obbligo di firma, chi è ai domiciliari, chi è stato al Ferrante Aporti. Se un tempo al campetto da calcio del Cecchi Point (l’unico in erba sintetica accessibile gratuitamente a tutti i ragazzi) erano un gruppo sparuto, oggi quelli con la fedina penale sporca, prima della maggiore età, sono un numero sempre maggiore.
“Quello che vediamo è una diminuzione di età in chi ha avuto a che fare con percorsi penali - continua il presidente di Educadora - Quando escono è alto il rischio che vengano intercettati prima dalle reti criminali che da quelle sociali. Sia per le condizioni interne al carcere che per i contatti che instaurano all’interno degli istituti”.
Aurora "paga" le sue disuguaglianze
Chi vive in Aurora, è quanto evidenziano gli educatori che qui operano, sente molto l’impatto delle disuguaglianze economiche, ma anche la differenza di servizi, salute, scuole e opportunità rispetto agli altri coetanei che vivono in aree più servite e benestanti.
“I ragazzi - prosegue Angeletti - trovano risposta a queste mancanze in una fame di denaro, in sostanze o in attività illecite. Quello che noi cerchiamo di fare è costruire modi diversi di vivere in comunità. Ma è un aspetto che deve viaggiare di pari passo alla riduzione delle disuguaglianze. Non dobbiamo ignorare che esistono delle violenze, che rappresentano un problema, ma dobbiamo dare delle alternative. Essere identificati come ‘baby gang’ diventa un tratto distintivo, quasi d’orgoglio. Molti sanno e mettono in conto che potranno finire in carcere. Se passa questo messaggio il problema diventa sociale, oltre che carcerario”.
E c'è chi finisce in giri più grossi
Per loro è facile finire in giri “grigi” di criminalità più organizzata. Dove vengono intercettati dagli adulti che presidiano le piazze di spaccio per svolgere attività che sono abituati a vedere da quando sono piccolissimi, se non addirittura in famiglia. E spesso c’è un atteggiamento di predominanza. Accade a volte che l’adulto che comanda tenga in possesso il documento del giovane ‘galoppino’.
“Un modo per dire: 'ti controllo’ - come ci conferma Paolo Angeletti - qui nel quartiere lo spaccio ha delle dinamiche intrinseche dove le attività illegali sono parte del sostentamento economico delle persone. Per molti è solo un passaggio. È lì che dobbiamo trovare una risposta dando delle opportunità. Non solo mettendo telecamere che semplicemente spostano il problema da un’altra parte” .
Aumentare servizi, ma senza gentrificazione o sfratti
Dove trovare, allora delle risposte, per salvare il quartiere? “Non si può scappare da un piano coordinato su più livelli - conclude il preside di Educadora - dobbiamo riuscire a potenziare i sevizi sociali, già oberati, e i servizi non emergenziali. Ma dobbiamo parallelamente creare dei processi per fare in modo che questi interventi non aumentino la gentrificazione del quartiere, spostando le persone più fragili e povere in zone ancora più periferiche. Se non si fa questo andremo a disgregare e a nascondere, ancora una volta, il problema. Il quartiere diventerebbe bello, ma per altre persone che se lo possono permettere. Non si risolvono i problemi con gli sfratti”.